Tu mi ami e mi hai detto "Non devi fare la fine che ho fatto io. Tu devi diventare qualcuno."
Le persone che mi amano si augurano per me che io diventi qualcuno. Pensano che così io sarò felice.
Per quanto immenso il nostro è un amore piccolo di persone piccole, che vagano e corrono verso mete e si adoperano nervosamente per tappare tutti gli spiragli sul vuoto dentro le forme.
L'assaggio infernale del vuoto sembra una maledizione senza nome, una verità informe e inconfessabile, quello scabroso segreto di famiglia da nascondere dietro facciate sorridenti.
Le persone che mi amano mi augurano di dipingere la mia maschera con nozioni da memorizzare e titoli da anteporre al mio nome.
E io non so chi sono.
Le persone che mi amano desiderano che io sia sempre quella foto che un giorno mi scattarono.
Loro non sanno che mi vogliono morta.
Infondo il nostro è un piccolo amore, infondo vogliamo essere delle fotocopie di modelli lanciati dall'alto delle istituzioni e ancor più dal passato della nostra sedimentazione "culturale".
In tal caso la cultura ci uccide. E uccide le nostre piccole persone che non sanno neanche di poter volare, pertanto, non arrivano neanche a desiderarlo.
Noi non siamo liberi, e persino il nostro piccolo amore è una costrizione, un salvagente per non affondare nella melma del vuoto. Una squisita pozione che noi stessi abbiamo creato, dimenticandoci di noi stessi.
Abbiamo paura di essere noi stessi, abbiamo paura di vivere questo momento, ovvero l'unico che esiste; quindi abbiamo paura di vivere.
Una volta compreso con orrore il vuoto che abbiamo creato in noi e riso amaramente delle maestose costruzioni che gli abbiamo costruito intorno, forse per essere felici, bisogna avere il coraggio di deludere gli altri.
Strappare quella foto davanti a te e dirti "io sono qui! Non cercarmi nel futuro o nel passato." Li troverai dei simulacri, li troverai le tue proiezioni mentali. Li troverai la gabbia di cui non vuoi aprire il lucchetto.
Siamo felici della nostra prigione personale, de nostri confini, dei nostri schemi.
L'autodefinizione e la definizione altrui sono illusioni, ma senza ci sentiamo persi.
E' una vita che lotto per assomigliare sempre più a quella foto, e quando mi accorgo che ognuno di voi me ne ha scattata una, mi sembra di impazzire.
Anch'io mi sono scattata una foto tanti anni fa: era la persona che volevo essere allora ed era anche un pò la persona che voi sognavate che io fossi. Che strana coincidenza!
Inseguendo quel modello di Sara mi convinsi sempre più che quella era e doveva essere Sara.
...E io dov'ero? Dove sono stata per tutti quest anni?
Ecco che cos'era quel vuoto. Se fossi una come molti di voi non lo avrei neanche sentito, oppure avrei fatto finta che non ci fosse. Ecco cos'era quella nausea di vivere, quella nausea d trascinarsi inutilmente nei propri impegni. Gli impegni per essere Sara.
Ma allora io non sono una pazza. I pazzi siete voi e devo avere il coraggio di deludervi.
Amate il mio essere e non le mie foto sul comodino, che poi quelle quando le guardo, vedo un corpo che non c'è più e mi vien da piangere.
Gioite della mia felicità presente così io farò con voi. Spero.
Purtroppo sono da sempre ossessionata dal pensiero della morte. Come farò?
Come sto facendo adesso. Sono già morta. Morta nell'angoscia della preparazione, nell'angoscia dell'attesa, nell'angoscia del domani. Nella tua e nella mia foto.
Sono già morta più volte, infinite volte in innumerevoli giorni di ansia.
E invece tu mi hai augurato di diventare qualcuno.
Oggi con le stesse parole avresti trafitto questo mio precario stato di insofferenza.
Quel giorno, mentre qualcosa, il mio essere, si preparava alla ribellione, lanciandomi segnali di cui non capivo la provenienza, ti risposi piena di gratitudine: "lo farò per te".
Il nostro piccolo amore.
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